Seguici anche su

19 febbraio 2016

La geopolitica dei ponti di papa Francesco

Bergoglio è impegnato in una riforma della Chiesa. Che sta promuovendo anche tramite la politica estera. Decentrando la Santa Sede, dialogando con altre religioni, parlando agli ultimi. Così il pontefice attraversa l’America latina, chiude la sua visita in Messico a Ciudad Juarez, guarda alla Cina. E si scontra con Trump
IACOPO SCARAMUZZI

 

Se dopo quasi tre anni di pontificato sopravviveva ancora un equivoco attorno alla figura di Francesco, è stato egli stesso a spazzarlo via ieri con la conferenza stampa di ritorno dal Messico. Il papa argentino conosce la politica, fa politica. Certo, non quella italiana, il collateralismo tra Chiesa e Stato, le convulsioni partitiche, le alchimie di Palazzo Madama. Il ddl Cirinnà? «Il papa non si immischia nella politica italiana», punto. E neppure la politica europea: sempre ieri, mentre Bruxelles si preparava al vertice della Brexit, il primo Pontefice latino-americano della storia ha detto che all’Unione europea, che rischia di assomigliare sempre più a una nonna sterile che a una mamma fertile, servirebbe una rifondazione, ma mancano i padri rifondatori: «Oggi dove c’è uno Schuman, un Adenauer?». Ma la politica – anzi, la geopolitica – a papa Francesco interessa eccome.

Jorge Mario Bergoglio è entrato a gamba tesa, e non per ingenuità, nel dibattito per le presidenziali degli Stati Uniti. Attaccato nel corso dei mesi dai Tea party come marxista, criticato dalla galassia repubblicana per la sua enciclica ecologica Laudato si’, accolto con freddezza da metà Congresso quando ha chiesto l’abolizione della pena di morte, papa Francesco non ha usato i curiali toni felpati quando un giornalista, sul volo da Ciudad Juarez a Roma, gli ha chiesto un commento alle parole di Donald Trump, che vuole costruire 2.500 chilometri di muro, deportare 11 milioni di immigrati illegali, e ha accusato il papa di essere una pedina del governo messicano e un uomo politico.

«Ma, grazie a Dio che ha detto che io sono politico, perché Aristotele definisce la persona umana come ‘animal politicus’: almeno sono persona umana!», ha risposto. «Una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti non è cristiana». La replica del front runner alle primarie repubblicane è arrivata fulminea: è «vergognoso» mettere in dubbio la sua fede e se l’obiettivo dell’Isis è il Vaticano «il papa dovrebbe pregare che Donald Trump diventi presidente». Parole appena ammorbidite oggi a mente fredda: «Il papa è un uomo fantastico», ma «dobbiamo costruire un muro e lo faremo». Posizioni inconciliabili. Lo scontro è aperto.

Il Pontefice gesuita è concentrato su una riforma del Vaticano e della Chiesa, che promuove però anche tramite la politica estera. La riforma che Bergoglio ha innescato a Roma ha il suo pendant in un decentramento della Santa Sede (Lampedusa, Sarajevo, Repubblica Centrafricana…). Passa dal dialogo con le altre religioni, a partire dall’islam, si traduce nella rivalutazione, evangelica, degli ultimi della terra, poveri, disoccupati, migranti, presenti in massa nel global south di cui l’ex arcivescovo di Buenos Aires si è fatto portavoce all’Onu. Pontefice vuole dire costruttore di ponti e Bergoglio infrange lo schema che ha identificato troppo a lungo il cattolicesimo con l’Occidente. Volta definitivamente la pagina della guerra fredda, guarda ai giganti di Cina e Russia, dove i cristiani crescono a ritmi ben maggiori che nel vecchio continente e nel nuovo mondo.

Negli ultimi mesi è stato un crescendo. Prima l’asse con Vladimir Putin per sventare un attacco militare Usa sulla Siria. Poi la mediazione che ha portato alla svolta tra Stati Uniti e Cuba, ultimo scampolo di guerra fredda conficcato nel subcontinente dal quale proviene. Nelle ultime settimane, infine, l’accelerazione. Il canale aperto con l’islam, l’udienza al presidente iraniano, sciita, Hassan Rouhani. La prossima visita alla moschea grande, sunnita, di Roma. L’appeasement con la Turchia che ha scongelato il proprio ambasciatore, sunnita, presso la Santa Sede. I pourparlers per uno scongelamento dei rapporti con il grande imam, sunnita, dell’università al-Azhar del Cairo. Lo storico incontro, proprio a Cuba, con il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Una storica intervista a Asia Times sulla Cina, nei giorni scorsi, apertura di credito verso Pechino rafforzata, sul volo messicano, dalla conferma: «Quanto mi piacerebbe visitare la Cina!».

La visita in Messico si è conclusa a Ciudad Juarez, messa lungo la barriera con il vicino yankee. Ostpolitik, dialogo con l’islam, difesa dei migranti, tutto ciò che la destra Usa non sopporta. E poco importa che qualcuno in quella galassia si richiami al cristianesimo. Papa Francesco ha un’idea ben chiara di dove vuole portare la Chiesa. E, a suggello di questa geopolitica della misericordia, tutt’altro che neutrale, è scoppiato lo scontro aperto con Donald Trump.

Altri articoli che potrebbero interessarti