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17 febbraio 2016

Una fragile indipendenza, i fantasmi del Kosovo 8 anni dopo

Il 17 febbraio 2008 la proclamazione, senza il riconoscimento di Russia, Cina e molti Paesi Ue. Sono molti i nodi ancora irrisolti, dalla corruzione endemica della élite politica ai rapporti con la minoranza serba. E poi la memoria, quella della guerra e dei crimini contro l’umanità commessi da molti esponenti dell’Uck. Che oggi restano impuniti
ALESSANDRO LEOGRANDE

Oggi il Kosovo festeggia l’ottavo anno della sua indipendenza dalla Serbia, proclamata unilateralmente il 17 febbraio del 2008, eppure sono parecchi i nodi risolti che agitano il piccolo stato, a maggioranza albanese. La fragilità del processo di indipendenza non dipende solo dal mancato riconoscimento della nuova entità statale da parte di alcuni, decisivi Paesi (i Paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu Russia e Cina; i Paesi membri dell’Ue Spagna, Grecia, Cipro e Romania; oltre ovviamente alla stessa Serbia). La fragilità affonda le sue radici nelle stesse strutture politiche e sociali del Paese, tanto da far apparire veritiero quanto scrisse Veton Surroi, fondatore del movimento Ora, qualche anno fa: «Il Kosovo è uno stato corrotto e incompleto». Il motivo? «La nostra élite politica non deriva la sua forza né dalla legalità, né dalla legittimità. La sua forza reale si fonda su di una “struttura parallela” portata al potere attraverso la frode elettorale e grazie a grandi mezzi finanziari.»

Tre sono i principali nodi irrisolti, che rendono amaro l’anniversario dell’indipendenza, tanto da farla apparire – dopo gli anni di repressione da parte di Belgrado, mobilitazione, nuove repressione, guerra umanitaria, protettorato e, infine, la sua proclamazione – un guscio vuoto. E questo al di là dei casi di corruzione politica e amministrativa che esplodono ciclicamente,

Il primo riguarda il rapporto con la Serbia e con la minoranza serba che vive nei comuni del Nord del Paese. Benché gli accordi tra Pristina e Belgrado vadano verso la concessione alla minoranza interna di una consistente autonomia nella gestione dell’economia locale, della sanità, dell’istruzione e della pianificazione urbanistica, tale intesa è ferocemente osteggiata dall’opposizione nazionalista, più radicale del Pdk (il partito nato dalle file dell’Uck) e rappresentata dal movimento Vetëvendosje. Sul numero 6 di pagina99 è stata pubblicata un’intervista di Rodolfo Toè a Albin Kurti, leader del movimento, arrestato per lancio di lacrimogeni durante una seduta del Parlamento, in cui si discuteva proprio di tali concessioni.

Lo scontro con l’élite al potere ha raggiunto toni altrettanto aspri anche sul secondo dei nodi irrisolti: l’istituzione, a seguito delle pressioni di Usa e Ue, di un Tribunale speciale per giudicare i crimini dell’Uck durante la guerra del ’99, al tempo dei bombardamenti della Nato. Dopo mesi di stallo, il parlamento ha approvato nell’agosto scorso l’istituzione del nuovo tribunale che avrà sede in Olanda, per garantire al meglio la protezione dei testimoni.

Si tratta di una questione dirimente, nel rapporto con la memoria e l’eredità della guerra. Una parte dei processi del Tribunale penale internazionale dell’Aja (istituito per valutare i crimini contro l’umanità commessi durante le guerre nella ex Jugoslavia) hanno riguardato anche alcuni leader dell’Uck, che nella loro opposizione armata alle violenze dei militari e dei paramilitari serbi, si sono macchiati di simili violenze: secondo i capi di imputazione, persecuzione, deportazione forzata, distruzione immotivata di città e villaggi, saccheggio, omicidio. Solo alcuni di quei leader sono stati condannati; la maggior parte di loro è stata prosciolta.

In particolare è stato assolto Ramush Haradinaj, tra i militari più alti in grado dell’esercito che mirava all’indipendenza del Kosovo, per la mancata presenza dei testimoni, dal momento che almeno dieci tra questi sono rimasti uccisi in circostanza poco chiare. Fu la stessa Carla Del Ponte a denunciare l’assoluta mancanza di collaborazione, in Kosovo, nell’accertamento della verità. Da qui la necessità di istituire una nuova Corte, oggi ferocemente osteggiata dall’opposizione nazionalista e dallo stesso Haradinaj che ha detto, senza mezzi termini, che un simile tribunale avrebbe l’unico fine di “trasformare tutti noi in mostri”.

Tuttavia, a rendere l’indipendenza del Kosovo una costruzione fragile è soprattutto la povertà dilagante. La disoccupazione giovanile – e qui arriviamo al terzo nodo irrisolto – è alle stelle. Non stupisce allora che negli ultimi due anni circa 150 mila kosovari, su meno di due milioni di abitanti, abbiano lasciato il Paese. Di questi, 90 mila hanno chiesto asilo politico in Paesi dell’Unione europea, soprattutto in Germania, generando così un paradosso: a chiedere asilo sono uomini e donne che scappano da un paese già posto sotto la protezione dell’Ue che, tramite la missione Eulex (peraltro non immune da critiche), dovrebbe traghettare le sue strutture politiche verso la creazione di uno Stato di diritto. Le domande sono state respinte, ma il flusso è incessante. E la stessa rotta dei Balcani, poi percorsa in massa dai siriani e dagli iracheni in fuga dalla guerra, è stata in fondo tracciata, tra i boschi e le montagne, proprio dai migranti kosovari diretti verso Nord, in fuga da quel Paese che aveva festeggiato l’indipendenza solo nel 2008.

[Daniel Rosenthal / Laif / Contrasto]

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