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12 febbraio 2016

Sanremo 2016, il festival della normalizzazione italiana

La kermesse è solo a metà ed è già un successo. Merito del deus ex machina Carlo Conti, artefice e immagine di uno show equilibrato e rassicurante. Ma senza guizzi, in bilico tra medietà e mediocrità. Come il nostro Paese
DANIELE BOVA

 

Che ci piaccia o meno, Il Festival di Sanremo è sempre stato lo specchio del nostro Paese. In questo senso, le due passate stagioni della kermesse riflettono un certo pensiero italiano degli ultimi due o tre anni: quello che percepisce l’urgenza di rimboccarsi le maniche, magari saltando a piedi pari contraddizioni e complessi di provincialismo, per muoversi da qualche parte; anche senza avere un concetto profondo che orienti il percorso, pur di non rimanere impantanati in un immobilismo autoreferenziale.

L’artefice di questo meccanismo, colui che ne ha plasmato ogni ingranaggio per ottenere un prodotto a sua immagine e somiglianza, è Carlo Conti, il Grande Normalizzatore. Fiorentino classe 1961, Conti nasce in radio, dove approda a 25 anni dopo aver lasciato un posto sicuro in banca. Impara a fare un po’ di tutto, dall’autore al conduttore radiofonico; accompagna la crescita di una generazione di comici toscani, da Panariello a Pieraccioni, poi approda in televisione. Insomma, se non proprio uomo di cultura, uno che sa usare la materia grigia: per quanto immerso nell’humus nazionalpopolare, riesce a non cadere in abissi di cattivo gusto. È come quel vicino di casa che ascolta Eros Ramazzotti a tutto volume, ma al quale non puoi volere male: quello che incontri in ascensore e non ti fa sentire in imbarazzo, per intenderci.

Superata una possibile diffidenza verso un individuo dai contorni apparentemente così piatti, Conti rivela al pubblico una rassicurante assenza di sottotesti; comunica l’immagine dell’italiano che lavora, trasparenza e poche menate, senza preoccuparsi di nascondere i suoi vezzi (come la marchiana abbronzatura, ormai suo tratto distintivo). Lo si apprezza per questo: l’essere completamente svelato, il non costituire una minaccia. Tutti questi fattori concorrono a cementare un rapporto mediatico con un individuo rispetto al quale non ci si sente superiori o inferiori, nemmeno simili o dissimili: un’entità familiarmente neutra; talmente normale da esercitare un flusso normalizzatore su tutto ciò che gli gravita intorno.

Conti esce fuori in tutta la sua rassicurante naïveté nazionalpopolare durante la seconda serata, mentre parla con Ramazzotti, tutti e due seduti su un gradino del palco dell’Ariston. C’è un reciproco scambio di convenevoli tra il cantante e il presentatore, concluso da quest’ultimo: «Eros sono io che ti devo ringraziare, per quella tua canzone di 30 anni fa, Una terra promessa: io mettevo sempre il remix nella discoteca dove facevo il deejay». Proprio così, Carlo Conti ha un passato da disc jokey e anche un singolo italo-dance all’attivo; si faceva chiamare Konty. Questa Through the night risale al 1985 e, per chi mastica un po’ di musica, un commento su youtube dà esattamente il polso della situazione: «This shit sound better in vaporwave» (da Zell88, 1 settimana fa)

https://www.youtube.com/watch?v=Xm52UV18HxI

Modellato su una struttura equilibrata e senza eccessi, Sanremo 2016 è anche il Festival delle unioni civili, e dei nastri arcobaleno, di Conti che aggira abilmente le polemiche intorno alle adozioni di Elton John. Il Sanremo che rende Gabriel Garko il valletto senza cervello, in un rovesciamento di ruoli super paritario, attribuendogli quelle caratteristiche storicamente e maschilisticamente cucite addosso alla figura femminile. Tematiche serie, ma sulle quali si apre un margine per una battuta scherzosa, come quella di Virginia Raffaele nella prima serata in veste di Sabrina Ferilli: «Sta per entrare sul palco Elton John: così ci mettiamo l’anima in pace, noi e Giovanardi».

Di contro, questo Festival, coerente con la figura del suo deus ex machina, non ha guizzi. A partire dagli ospiti: Nicole Kidman, per esempio, ormai più icona nella memoria degli italiani che star sulla cresta dell’onda. E Carlo Conti si è guardato bene dal porgli anche una vaga approssimazione di una domanda stimolante o provocatoria; ma è qualcosa che probabilmente non è contemplata nel cromosoma dell’italiano medio: infatti Conti ha poca ironia e non fa ridere. È Virginia Raffaele ad assolvere tutte le incombenze nel campo della comicità; e finora è stata piuttosto brava, soprattutto nei panni di una Carla Fracci giocata sul filo del parossismo e della maniacalità. Allo stesso tempo la valletta vera, la modella e attrice rumena Madalina Diana Ghenea, è spigliata ed elegante, lontana dalla tradizionale figura della “bonazza” nostrana; le sue origini geografiche non sono casuali, ma un altro tassello del mosaico.

Nella sua essenza di grande ricognitore della realtà nazionale, il Festival non si fa mancare nulla, tanto meno l’occasione di deviare sporadicamente verso risvolti sociali: e quindi ecco il corridore novantenne, l’atleta affetta da sindrome di down, la classe elementare composta da soli due bambini e il musicista con la Sla. Ma, di nuovo, l’approccio di Conti a queste realtà non è fastidioso: distante sia dall’interesse lievemente politicizzato di un Fazio, che da quello morbosamente strumentale di una Barbara D’urso. In questo contesto la performance di Nino Frassica, la sua canzone sui migranti recitata alla fine della seconda serata, incarna perfettamente l’essenza del Sanremo di Conti: nessun fuoco d’artificio, un impegno semplice, senza grosse vette poetiche, che suggerisce una discreta potenzialità empatica e solidale. Quella che si vorrebbe appartenesse all’uomo comune, e, con una sguardo regionale e un po’ gretto, a ogni proprio connazionale.

Non manca neppure la classica “pastetta all’italiana”, nel caso di Miele, concorrente delle nuove proposte, prima data per vittoriosa dal televoto e poi eliminata (almeno per ora) con una nuova votazione, effettuata a causa di non meglio specificati problemi tecnici. Ma nonostante i fischi del caso, anche l’indignazione è rientrata nel circuito oliato di questa edizione della kermesse: se non fosse avvenuta in un contesto organizzato in questo modo, probabilmente la vicenda di Miele avrebbe fatto molto più scalpore, e ora saremmo qui a gridare allo scandalo.

E poi c’è la musica. Se è vero che oggi il mezzo mangia il contenuto e che in televisione funzionano solo personaggio e contenitore, capiamo perché le note suonate, a Sanremo, siano appena un corollario di qualcos’altro. È stato verificato in modo attendibile che la gente segue più volentieri i momenti tra una canzone e l’altra che non le canzoni stesse. Per questo tra i concorrenti emerge maggiormente chi buca lo schermo, o chi ha un modo di porsi che tocca qualche corda a livello emotivo. La Michielin, per esempio, con quel suo candore, codificato a livello social con l’ormai sdoganata categoria della pucciness; oppure Arisa, o Rocco Hunt, in qualche modo personaggi molto riconoscibili per la loro veracità (o presunta tale). È lecito, quindi, ipotizzare un podio monopolizzato dalle due interpreti sopra citate, con Rocco Hunt e Alessio Bernabei a sgomitare per il posto rimanente e una Patty Pravo testa a testa con gli Stadio per il premio della critica.

C’è da dire, infine, che ogni concorrente incarna un ruolo all’interno di un disegno più ampio. Anche i casi borderline sono passati attraverso il flusso normalizzatore di questo Sanremo; c’è Morgan, con i Bluvertigo, sdoganato dagli anni del successo televisivo, e in qualche modo digerito e metabolizzato dal sistema; c’è Elio, dal quale ormai ci si aspetta il pastiche strano e progressivo; e perfino Rocco Tanica, dissacrante e confinato a fine puntata, è un estremo assolutamente integrato e necessario allo sviluppo armonico del contesto.

Insomma, tutto funziona e sta girando con grandi risultati: si parla di uno share che ha sfiorato il 50% nella seconda serata. La certezza è che il Festival ha sempre meno a che fare con la musica e sempre di più con l’autorappresentazione che la nostra società fa di se stessa, nella continua oscillazione tra medietà e mediocrità. Stavolta una forte capacità di determinare un generico e condiviso concetto di normalità, tutta italiana, dirige il carrozzone di Sanremo verso la prima delle due derive: quella meno peggiore.

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