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8 febbraio 2016

Giuseppe Sala sul palco della Nazione, sipario a sinistra

La festa al teatro Elfo Puccini. Qui c’era stato il battesimo arancione del laboratorio Pisapia e qui si è svolto il suo festante funerale. Brindano oggi i renziani, Cl, i poteri forti e pure gli anti-renziani. Che potranno tuonare il loro noiosissimo «io l’avevo detto»
ALESSANDRO ROBECCHI

 

Sono le 23 e sei minuti quando Giuseppe Sala, detto Beppe, entra tra gli applausi nel Teatro Elfo Puccini, acclamato come nuovo sindaco di Milano e non – come la cronaca vorrebbe – soltanto candidato. Parte a tutto volume Heroes di David Bowie, e vabbé, dettagli. La forbice che lo divide dalla seconda classificata. Francesca Balzani, non è ampia come si credeva (24.961 voti contro 20.056), e anche il terzo classificato, Pierfrancesco Majorino se l’è cavata bene (13.589). Del quarto aspirante, Antonio Iannetta, votato più o meno dai parenti (432), non è il caso di dire, ma insomma, quel che si mormora in teatro, dalla parte degli anti-Sala, è che il tafazzismo ha vinto ancora e che le due sinistre di Balzani e Majorino, correndo divise, consegnano Milano al manager spinto da Renzi, votato da Cl, endorsato da Verdini e incoronato re dell’Expo.

Corsi e ricorsi: cinque anni fa (era il 31 maggio del 2011), in quello stesso teatro si celebrava il battesimo di una delle pochissime cose di sinistra funzionanti in Italia, l’esperienza arancione di Giuliano Pisapia. E oggi, senza malizia, se ne celebra il funerale. Il candidato sindaco del centro sinistra a Milano (o del pd tout-court) è stato per anni il direttore generale del Comune gestione Moratti. Come dire un ribaltone notevolissimo. Lo spirito quasi risorgimentale che aveva accolto Pisapia muta oggi in Restaurazione piena, il che – dice qualcuno – racconta bene di come la moderna città di Milano non sia così diversa dalla morta gora della politica romana: un uomo di destra alla guida della sinistra.

Sul palco del Teatro Elfo Puccini domina quel che ha dominato durante la campagna elettorale – al netto di qualche minuscolo sgambetto – cioè un appiccicoso fair-play. Nessuno tira in ballo i cinesi beccati a fotografare la scheda elettorale – come si fa in certi posti calabri e siciliani – e la loro massiccia partecipazione (le interviste e i filmati sono a tratti esilaranti), ed è giusto così: nessuna polemica, nessun complottismo. Milano, da sempre laboratorio politico nazionale (da qui venne Craxi, da qui venne Silvio buonanima, da qui venne anche l’eccezione Pisapia), si mostra oggi allineata e coperta alle scelte nazionali, e Giuseppe Sala è un sindaco perfetto per il renzismo: non è un politico (basta Lui), non è uno stratega (basta Lui), è un funzionario (basta a Lui), una specie di prefetto, una continuazione di Matteo Renzi con altri mezzi. Perfetto. Assai divertente lo scenario se verrà confermato come sfidante di destra quello Stefano Parisi che fu anche lui direttore generale della Milano morattiana, una specie di derby Milan-Milan, o Inter-Inter. Insomma, due candidati, uno di destra e uno di sinistra, con la stessa identica storia: di destra. Fin qui la bella serata a teatro.

E poi c’è Milano. A votare alle primarie sono andati in 60.900, bella cifra anche se lontana dai 67.000 che votarono a quelle vinte da Pisapia. Più che i numeri, in questo caso parla il clima: poco entusiasmo, battimani moderati, nessuna esultanza, come avviene in quelle partite di cui si sa già il risultato. E anche le promesse elettorali, tutte un po’ annacquate: scoperchiare i Navigli (Sala) o mezzi pubblici di superficie gratis (Balzani) non sono cose che scaldano i cuori come cacciare la “junta” Moratti dalla città. Non si farà né l’una né l’altra cosa, ovvio, e anche tutte le belle parole sulle periferie resteranno periferiche.

Milano, con un certo spirito conservativo, si aggrappa al suo sogno appena finito, l’Expo, si affida a chi l’ha saputo portare fino in fondo e a chi ne ha sostenuto la narrazione di operazione vincente. Anche le richieste di far vedere i conti di quella vittoria, per ora soltanto presunta, sono cadute nel vuoto, e si capisce ora che erano soltanto piccole schermaglie. Brindano oggi i renziani di stretta osservanza, Cl che si credeva ferita a morte e ha ora un candidato sindaco vincente, i poteri forti che con un manager tratteranno come in un consiglio d’amministrazione, e i critici del “partito della Nazione” che potranno tuonare il loro noiosissimo “io l’avevo detto”.

Il teatro si svuota lentamente tra chiacchiere e sigarette fumate al freddo: qui c’era stato il battesimo della sinistra al governo della città, qui si è svolto il festante funerale, e di sinistra a Milano non si parli più. Anzi no. Al bar del teatro, se chiedi una Coca-cola ti dicono che hanno solo quella de L’Altromercato, equo e solidale. Ecco. Parola d’ordine: accontentarsi.

[Foto in apertura di Olivier Morin / Afp / Getty Images]

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