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2 febbraio 2016

Il Giubileo nascosto dei gay cattolici romani

Nell’anno santo della misericordia, una sola parrocchia della capitale ospita un gruppo di fedeli omosessuali. Incontro a San Fulgenzio, tra memorie del coming out e attese di cambiamento.  Articolo tratto dal numero di pagina99 del 19 dicembre 2015
ALESSANDRO RUSSO

 

Montemario è dal Medioevo il Mons Gaudii di Roma, il colle dal quale i pellegrini del Giubileo vedevano per la prima volta dall’alto la Città Santa. A Montemario c’è San Fulgenzio, una piccola chiesa di un quartiere bene della capitale, Balduina, territorio storico della destra romana. Un quartiere di frontiera a suo modo. Ma la frontiera più grande qui sembra averla abbattuta un parroco, Don Paolo. San Fulgenzio è l’unica parrocchia in assoluto, su 336 della città santa, a ospitare un gruppo di giovani cattolici omosessuali.

«Ero cosciente che sarebbe stata la prima esperienza a Roma, ma da qualche parte si doveva cominciare. So che per alcuni questo non è pacifico, ma credo che se si avesse il coraggio di provare a sperimentare le cose… che cosa potrebbe accadere di così grave e irreparabile?». Don Paolo guida una comunità pronta all’accoglienza che ha deciso nel consiglio pastorale di aprirsi a questa esperienza. «Non volevamo offrire loro solo una stanza, ma realizzare un incontro, un’ospitalità vera tra una comunità e un’altra. Siamo ancora all’inizio, abbiamo fatto la nostra prima messa insieme il primo novembre scorso. Arriverà il momento in cui ci si racconterà qualcosa di più di sé, i desideri, le difficoltà. Ora la cosa più bella è un contesto in cui le persone si possono incontrare e riconoscere per quello che sono, con il proprio volto e il proprio nome». È lo spirito dell’Evangelii Gaudium, dice, la Chiesa che sa prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare.

pagina99 incontra il gruppo una sera di autunno. È la prima volta che i ragazzi accolgono un osservatore esterno. Hanno deciso di condividere la sfera più intima della loro vita, l’esperienza della fede cattolica vissuta da omosessuali, che agli occhi di molti sembra una contraddizione. «Come lesbica mi sento discriminata quando un prete apre bocca senza pensare», dice Giulia, 24 anni. «Da cattolica, nel mondo lgbt vedo molta rabbia nei confronti della Chiesa. Molti non sanno distinguere le esternazioni di un vescovo omofobo dalla realtà dei fedeli, vedono l’omosessuale credente come un masochista o una persona un po’ strana». Giulia ha una ragazza e non potrebbe aderire alle altre declinazioni del cristianesimo. «Io sono cattolica», ribadisce.

Le ragazze e i ragazzi di San Fulgenzio sono il gruppo giovani di Nuova Proposta, l’associazione che a Roma da 28 anni accoglie cristiani omosessuali. In maggioranza si tratta di cattolici, ma non è un caso che si riuniscano regolarmente nella chiesa valdese di piazza Cavour. Il fatto che il gruppo dei giovani dell’associazione si riunisca a San Fulgenzio è una notizia, dopo anni di diffidenza da parte della diocesi e una serie di incontri, non facili, tra Nuova Proposta e il Vicariato. Questi ragazzi di Montemario ricordano i primi cristiani usciti dalle catacombe per praticare insieme e pubblicamente la loro fede.

È un momento particolare per chi è omosessuale, cattolico e cittadino italiano. Il parlamento discuterà le unioni civili, c’è stato il sinodo sulla famiglia, ci sarà l’Esortazione Apostolica di papa Francesco. Le voci di una parte della Chiesa si alzano in difesa di una sola famiglia a immagine e somiglianza di quella di Nazareth. E c’è il Giubileo. In tutta Italia sono in corso iniziative organizzate da gruppi omosessuali per la riflessione sul tema dell’anno santo: la misericordia. E Nuova Proposta sta facendo lo stesso, come in questa riunione a San Fulgenzio. La sala parrocchiale rispetta ogni cliché: le sedie di faggio, qualche cartellone di preghiere dipinti a mano alle pareti. L’unica nota di colore è un lampadario Ikea. Il colosso svedese gay friendly è arrivato anche qui. C’è un tavolo da ping pong da spostare, ci sono le sedie da mettere in cerchio prima di iniziare. Si legge la storia del Samaritano, eretico per i sacerdoti ma lodato da Gesù. Applicare la parabola della misericordia alla situazione degli omosessuali in seno alla Chiesa è un gioco di specchi. Vai a capire chi deve essere misericordioso e con chi.

Felice ha 21 anni. Non ha vissuto la relazione con il ragazzo che amava perché non avrebbe potuto pentirsi di fare l’amore con lui. «La prima volta che sono andato al gruppo giovani di Nuova Proposta speravo di incontrare persone represse che mi aiutassero a reprimermi». Oggi la pensa diversamente. «Vivere la sessualità con la persona che ami non penso sia un peccato. Per la Chiesa lo è. Questo mi ha davvero rallentato nel processo di accettazione». Lo scopo del giudizio della Chiesa sugli atti omosessuali, considerati intrinsecamente disordinati, sarebbe quello di portare i fedeli al bene. «Per la mia esperienza posso dire che non funziona. Il modo in cui parte della Chiesa esercita la misericordia, la correzione fraterna, ha l’effetto controproducente di impedire ai fedeli di essere misericordiosi costringendoli a chiudersi in sé stessi. Induce a una lotta esanime con se stessi e con la propria natura che succhia via tempo, energie e vitalità. Più mi chiudevo in me stesso, più non facevo veramente quello che Cristo vuole che io faccia: aprirmi agli altri, amare, essere misericordioso».

A pesare su tutti gli irriducibili omosessuali della Chiesa di Roma c’è la lettera ai vescovi sulla Cura pastorale delle persone omosessuali firmata nel 1986 dal futuro papa Ratzinger. Altro macigno è il catechismo. Se le dannose e poco diffuse teorie riparative fanno presa sulle persone più deboli, in tutti i movimenti cattolici per tutti gli omosessuali restano difficoltà. Un mobbing spirituale che spesso prevede la richiesta dell’invisibilità, pena l’esclusione. Ma qualcosa si muove.

«Quando ho fatto coming out con il mio parroco gli ho detto: tu hai una grande disponibilità nei miei confronti, tu che sei il pastore devi dirmi come questa mia sana diversità deve integrarsi nella parrocchia. Capisco che ci sono delle pecore che stanno un po’ indietro. Capiamo le modalità con cui possiamo portare avanti il gregge. Il mio pastore mi ha detto ok». Edoardo, studente di legge, come altri ragazzi di Nuova Proposta arriva da una famiglia cattolica. «Mio padre dice che ci sono dei valori che valgono indipendentemente dall’orientamento sessuale: amore, dolcezza e sincerità. Con questi valori si deve vivere la relazione con la persona che incontri». Edoardo si aspettava un cambio di passo nel sinodo sulla famiglia e oggi attende l’Esortazione Apostolica del Papa. «Nel sinodo è cambiato il linguaggio, ma ci si è fermati ancora a poco. Mi aspetto che si compia un cammino che è iniziato e deve essere approfondito, che il pastore quand’anche non conosca le sue pecore, sia disposto a conoscerle. Il volto di Cristo non è un volto che giudica. Se il volto di Cristo accoglie, perché il volto del mio sacerdote deve essere quello del giudizio?».

Sono sempre più frequenti i casi di omosessuali che fanno coming out nelle parrocchie e di parroci che mostrano sensibilità e accoglienza. La Chiesa ufficiale ancora non apre chiaramente la propria pastorale alle persone lgbt. In sostanza toccherebbe a lei cercare un incontro, fare un coming out. Da Montemario all’Aventino. A San Saba c’è “Chiesa Casa per tutti”, un’iniziativa di fede, voluta e organizzata dalla Compagnia di Gesù, che si rivolge a tutti, anche e soprattutto agli irregolari della Chiesa. Tra le navate della basilica c’è una platea mista che comprende conviventi, divorziati, risposati, come pure persone omosessuali. Il tema degli incontri di quest’anno, in occasione del Giubileo, è la misericordia. E a parlarne c’è monsignor Matteo Zuppi, vescovo ausiliare di Roma.

«In Chiesa Casa per tutti avete gustato la misericordia», dice Zuppi che tiene molto all’iniziativa sin dalla sua nascita, tre anni fa. Per lui si tratta di una specie di commiato, visto che da qui a pochi giorni partirà per Bologna dove è stato nominato Arcivescovo. Tra i banchi della basilica poche le teste con i capelli bianchi, nessuna vecchia con il rosario. Andrea Rubera, presidente di Nuova Proposta, arriva un po’ in ritardo, saluta alcune persone prima che inizi la meditazione. «Il Giubileo? Ci piacerebbe viverlo in un contesto comunitario, forse lo faremo tutti insieme anche con Nuova Proposta quando ci sarà il IV forum dei Cristiani Omosessuali, ad aprile». Tutti insieme, per Andrea Rubera, significa con la famiglia. Sei anni fa, in Canada, ha sposato Dario. Sempre in Canada, da coniugi, sono diventati genitori di tre splendidi bambini ricorrendo alla gestazione per altri. In Italia invece sono due “ragazzi padri”: uno ha una figlia, l’altro due gemelli. Per lo Stato vivono tutti casualmente nella stessa casa senza alcun legame familiare. Per Andrea la misericordia è una rivoluzione culturale, è essere di aiuto all’altro, senza che vi sia un giudizio, a partire dalle sue inclinazioni e potenzialità.

«Spesso ho sentito la gerarchia della Chiesa molto lontana. Soprattutto quando sono nati i bambini, quando è iniziata questa grande montatura del gender. Ho sentito da quella parte di Chiesa che alimentava quella campagna, da quelli che sono scesi in piazza per il Family Day, un senso di profonda ingiustizia nei confronti dei miei figli». Da padre cattolico Andrea si interroga sul futuro dei propri bambini nella Chiesa, impreparata. «Non c’è sicurezza che un bambino possa essere accolto nel suo percorso di catechismo senza che, per via della sua famiglia, venga in qualche modo posto sotto giudizio. Non possiamo correre il rischio che finisca con un catechista che non riconosca una famiglia perché composta da due papà». Ci sono quindi famiglie cattoliche che hanno paura di affidare i propri figli ai catechisti, ma anche catechisti omosessuali che temono la diffidenza delle famiglie cattoliche.

Ci spostiamo in un’altra chiesa romana. «In parrocchia abbiamo fatto un incontro con i genitori usando dei termini molto chiari», raccontano due donne che vivono la loro storia d’amore e di fede da nove anni, «abbiamo parlato loro dell’accettazione dell’altro, dell’omosessuale. Abbiamo visto facce che vacillavano». Qui la responsabilità della catechesi è stata loro affidata da un parroco che era a conoscenza della loro relazione. «L’averci dato un incarico così delicato vuol dire che da parte sua non c’era la misericordia pelosa, ma il camminare insieme». Oggi la situazione è cambiata, entrambe temono di essere rimosse dal nuovo parroco qualora scoprisse il loro rapporto. Perché, con il parroco, può cambiare anche la misericordia.

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