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1 febbraio 2016

La variante di Astrit

È morto Astrit Dakli, giornalista, esperto di Europa dell’Est ed ex Urss. Già inviato del manifesto a Mosca, partecipò alla fondazione di pagina99
ROBERTA CARLINI

 

Quando scriveva a mano la sua grafia era minuta e precisissima. Come i suoi argomenti. L’immagine di quei foglietti di appunti, prima delle riunioni di redazione – per lunghi anni al manifesto, e per un periodo più breve nella nascente pagina99 – è la prima che mi è tornata in mente, quando si è diffusa la notizia della morte di Astrit Dakli. “Un bravissimo giornalista, molto ligio agli impegni”, lo ha definito in una intervista un altro grande assente, il fotografo Mario Dondero, scomparso nel dicembre scorso.

Dakli e Dondero avevano fatto insieme un gran viaggio nella Russia post-sovietica, e ne era venuto fuori un libro a quattro mani (più una Laica), intitolato I rifugi di Lenin (il manifesto, 2007). Di quella scorribanda lo stesso fotografo aveva raccontato a Repubblica, riguardo a una piccola “variante” che il suo compagno di viaggio si era rifiutato di fare: “Una volta tra noi ci fu un’animata discussione perché avevo appena conosciuto un camionista che ci avrebbe portato a vedere gli orsi. ‘Possiamo posticipare l’incontro con il premio Nobel di fisica’, proposi”. Andò a finire che “vinse Astrit, quindi il premio Nobel. E persero gli orsi”. Orsi mancati a parte, da quel lungo lavoro è tratta anche la bella introduzione che Astrit aveva scritto per la personale di Dondero, che l’anno scorso di questi tempi si poteva ammirare a Roma.

Di quelle terre, della loro storia e delle dinamiche politiche passate e presenti, Astrit Dakli era un finissimo e profondo conoscitore. Un po’ per un metodo che univa i suoi tratti caratteriali con una scuola di giornalismo (quella della sezione esteri del quotidiano comunista nato con la primavera di Praga, dalla parte della primavera di Praga) che per lungo tempo si caratterizzò per analisi e approfondimento. E un po’ per passione, e per una lunga permanenza sul campo.

Giornalista italiano di origine albanese, aveva cominciato a Milano in uno dei giornali-gruppo di allora della sinistra extraparlamentare (Avanguardia operaia), per poi correre a Roma nella redazione de il manifesto nel pieno del ’77. Difficile spiegare oggi in quale tornante delle tante strade dell’impegno politico di allora questo avvenne, certo era un periodo nel quale di talenti – che poi sarebbero cresciuti o sbocciati in via Tomacelli e altrove – ne giravano parecchi, e di giornali altrettanti. Caporedattore nel quotidiano della sinistra eterodossa, Dakli fu poi mandato a Mosca a seguire la perestrojka di Gorbaciov. E da lì le vicende delle repubbliche dell’ex Urss, il domino economico, le tragedie personali e politiche.

Non era facile seguire e raccontare quel mondo per un giornale come il manifesto, attraversato da speranze, discussioni, dissensi furibondi sul futuro del comunismo mentre il comunismo finiva. Astrit Dakli lo fece con sapienza, anzi, grazie alla sua sapienza. Poi rientrò, anzi possiamo dire che entrò in Europa da est, occupandosi della guerra nel cuore dell’Europa: quella dei Balcani, fu inviato in Kosovo, su un fronte che gli richiese un grande impegno, nonché un coinvolgimento personale mai ostentato, mai rivendicato. E poi, ancor più dentro l’Europa, nelle vicende dell’Unione e dei suoi Stati. Uscì dal manifesto insieme a un gruppo di firme storiche, nel 2012. Poi, nei due anni successivi, il nuovo impegno giornalistico, con la generosa partecipazione alla nascita del progetto di pagina99.

La nostra redazione lo ricorda con rimpianto e affetto. E abbraccia Luisa e le figlie Giulia e Bianca, insieme a Miriam.

[Ringraziamo il manifesto per la concessione della foto in apertura]

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