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23 gennaio 2016

Ricco e senza filtri, perché Trump sta scalando gli Usa

Presidenziali | Il caso dell’imprenditore populista non è un trionfo dell’irrazionalità collettiva, ma un segno della politica americana che cambia. Il commento tratto dal numero di pagina99 del 23 gennaio 2015
ENRICO BELTRAMINI

 

A pochi giorni dalla resa dei conti, le primarie nei due stati dell’Iowa e New Hampshire, Donald Trump è ancora in testa ai sondaggi. Perché? Per capire l’imprevisto successo di Donald Trump in politica dobbiamo fare un passo indietro e, come ha suggerito la copertina di pagina99 dedicata a «quanto costa la Casa bianca» (n. 2 del 2016) seguire le tracce dei soldi.

Siamo abituati a pensare che la politica americana funzioni così: un partito che seleziona il candidato; un candidato in competizione con altri candidati, il migliore (in termini di competenza, agenda, esperienza) vince; un sistema mediatico che, appunto, media il rapporto tra il candidato e il suo elettorato. La politica – meglio, il complesso politico-mediatico – è un sistema e il candidato è un agente che opera all’interno di questo organismo. È libero di posizionarsi come vuole, eppure dipende particolarmente dal partito, dal livello dei concorrenti, e dai media.

Il tutto emana una certa razionalità primaria, come se il processo fosse guidato da un principio di saggezza che garantisce la vittoria al miglior candidato. In questa interpretazione della politica americana, Trump è inspiegabile. La politica americana però non funziona così. È piuttosto un’attività imprenditoriale. Ogni candidato è un imprenditore che si costruisce la propria aziendina con tanto di staff, prodotti e mercato. I fattori di questa nuova forma di politica non sono il partito, i candidati e i media, piuttosto i soldi, le emozioni e la fama.

Oggi la raccolta di fondi ha sostituito la struttura dei partiti. Un tempo, i soldi finanziavano i partiti; oggi i partiti raccolgono soldi per i politici. Persino le cariche istituzionali, tipo quelle di presidente della Camera Bassa o capogruppo – come lo chiameremmo in Italia – della maggioranza e della minoranza è funzione della capacità di generare fondi per il partito. La capacità di raccogliere fondi e finanziare campagne elettorali sempre più costose è l’elemento fondamentale di qualsiasi candidatura. Se il candidato è ricco, è automaticamente considerato un buon candidato. Poiché ha fondi a disposizione, è un candidato di fatto. Partecipa alla campagna elettorale anche se il partito non vuole. Questo è il primo fattore.

Il secondo fattore è legato alla costruzione del consenso. In una società iper-relativista come quella americana, i fatti non costituiscono un fattore di discrimine. I fatti assoluti non esistono perché non esiste un criterio esterno che garantisce obiettività dei fatti. Tutto è opinabile, anche il merito. La costruzione del consenso passa piuttosto attraverso la generazione di emozioni. Chi parla alla pancia dell’elettorato può costruire consenso lavorando sui sentimenti della gente: siamo in pericolo; possiamo stare sicuri. C’è da aver paura; è tutto sotto controllo. Le emozioni sono il criterio di realtà: se mi sento in pericolo, ha ragione il candidato che dice che siamo in pericolo.

Il terzo fattore è la capacità, da parte di un candidato, di costruirsi la propria audience; o, nel caso ne abbia già una, nel caso sia già famoso, di usare questa fama per attrarre i media (che a loro volta portano audience addizionale). La fama ribalta il rapporto tra politica e media: i media non possono ignorare un candidato popolare. Nel gioco del gatto con il topo, il candidato è diventato il gatto.

Riassumendo: la politica americana si è disintermediata da partiti, meriti e media. Favorisce candidati ricchi e famosi, che possono finanziare la loro campagna elettorale, generare consenso basato su emozioni, e dialogare con un’audience direttamente, senza filtri (a questo punto, un lettore cinico potrebbe concludere che, almeno per quanto riguarda la politica, l’Italia è più “avanti” dell’America). In una politica che funziona così, Trump si trova a suo agio come il topo nel formaggio. Tutto qui? No, c’è dell’altro. Trump ha indovinato il posizionamento: si presenta come ricco e populista allo stesso tempo.

Primo: si presenta come ricco perché, come tale, non dipende dal potere finanziario. L’elettorato ha umori complessi su questa dominanza dei soldi sulla politica: una parte dell’elettorato l’accetta come un male inevitabile; una parte la rifiuta. È la parte a cui guarda Trump. Il fatto è che un candidato ricco può essere socialmente, culturalmente vicino agli interessi dei ricchi, ma non necessariamente dipende, nel suo essere politico, dai ricchi finanziatori. Il contrario è vero: se non sei ricco, la tua candidatura dipende dai finanziatori. Questo è il destino dei politici di professione.

Secondo: Trump si presenta come populista perché è un imprenditore. Il confronto tra lui e Mitt Romney, sfortunato candidato Repubblicano alla presidenza nel 2012, può aiutare: entrambi ricchi, entrambi nati nel mondo dell’economia. Ma il secondo appare come un investitore che distrugge valore collettivo per generare valore privato; il primo invece come un imprenditore che genera valore collettivo mentre cerca di crearne per se stesso.

Non è detto che Trump vinca la presidenza e nemmeno la candidatura alla presidenza per il suo partito. I partiti, gli altri candidati e i media, anche quelli teoricamente dalla sua parte, faranno di tutto per fermarlo. Ma il suo successo attuale non è un caso di irrazionalità collettiva; piuttosto, ha radici profonde, è un segno della politica americana che cambia.

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