Rimini, 1983. Italian director Ettore Scola

Rimini, 1983. Il regista Ettore Scola

Quel cinema che ha fatto Scola

Nei suoi film raccontò i mostri prodotti dall’Italia del boom. Deformando una realtà brutta, sporca e cattiva per ridere, cinicamente, delle sue ingiustizie sociali e sfottere chi era incapace di vincerle. Ci ha lasciato anche lui. E improvvisamente tutti scopriamo di averlo tanto amato
ROBERTO SILVESTRI

 

Lo scapolo, Il marito, Il Mattatore, Fantasmi a Roma, I mostri, I complessi, Alta infedeltà, Io la conoscevo bene, La Congiuntura, L’Arcidiavolo. Oltre sessanta sceneggiature, di gruppo in genere, scritte anche a venti mani, di incredibile acutezza psicologica e ferocia polemica – pensiamo a Un americano a Roma, complice Lucio Fulci – sui nuovi mostri che l’Italia del boom e del dopo boom continua a produrre, dentro e fuori la famiglia, dentro e fuori le identità sessuali, a ritmo ormai postindustriale, rilassandosi solo a Sanremo. Era la commedia rosa viene trasformata e deformata dalle maschere di Gassman e Sordi, di Manfredi e Tognazzi. Un’invettiva al vetriolo, tragica, come se fosse espressionismo neorealista.

Nei suoi film anche i tanti commedianti francesi diventavano italiani: Trintignant un attore dell’Italia centrale, Blier dell’Italia meridionale. In più una vena umoristica, da disegnatore del Marc’Aurelio allenato al dettaglio della microsatira, che avrebbe tratteggiato – quasi sempre con Ruggero Maccari e Sergio Amidei – lo story board di un Paese che lavora troppo e si diverte male, o viceversa. E si compiace di vedersi allo specchio brutto sporco e cattivo, sghignazzando cinicamente delle sue ingiustizie sociali e della sua volgarità. Ridere, ridere, ridere.

«Sono quelli del piano di sopra, che urlano e si uccidono, a fare la storia. Ma io preferisco raccontare quelli del piano di sotto, da entomologo, l’uomo con le sue passioni ed esigenze, con il suo bisogno di amore e di amicizia». Senza auto-assolversi, come tendono a fare troppi comici di grido oggi. Senza essere mai estremisti. Il suo Dino Risi era ben mescolato dal femminismo irriducibile di Antonio Pietrangeli, unica sensibilità “rivoluzionaria” del nostro cinema, fatto sparire troppo presto dal destino.

Così Ettore Scola sapeva sfottere anche la propria impotenza, l’incapacità di rovesciare le cose. Pur essendo preoccupato membro attivo del Partito comunista prima e del Pd prodiano e veltroniano dopo. Pur essendo ministro ombra della cultura, che cercò di limitare lo strapotere di Berlusconi costringendolo a mitigare l’aggressione pubblicitaria ai film: “Non si spezza un’emozione”, il suo slogan. Il regista, poi, virtuoso scrittore di cinema, che è altra cosa da scrittore e basta. Sempre più cupo e serio, non come Billy Wilder che restò umorista drastico, perdendo negli ultimi film il contatto con il grande pubblico. Ecco perché i giovani lo amano poco. Il regista delle impietose autocritiche generazionali, C’eravamo tanto amati e La terrazza. Del nobile bozzettismo storico, Una giornata particolare, Il nuovo mondo, Ballando ballando, Maccheroni. E delle acute notazioni testamentarie su cosa sarà il XXI secolo, La Cena.

Ci ha lasciato, e improvvisamente sembra finito un mondo, non ci fosse Citto Maselli… E improvvisamente tutti scopriamo di averlo tanto amato. Mentre fu non la critica nostrana ma la rivista francese Ecran a scoprire al momento giusto, all’epoca di Dramma della gelosia, nel 1970, la grandezza, l’originalità artistica di un regista che fu sarcastico anche con i lati da abbattere di certo sessantottismo ombelicale e narcisista.

Oggi amiamo il cinema che, come il suo, è più dubitativo che affermativo; fa domande e diffida delle risposte semplici, urlate. E sbagliate. Ma la commedia italiana non piaceva ai Cahiers du cinema, e a Scola, Rossellini giurato a Cannes 1977 preferì i Taviani come Palma d’oro e non Una giornata particolare. Forse gli sfuggì o lo scandalizzò quell’incrociarsi di tragedia storica e farsa domestica. Eppure era un borghese come lui.

Ettore Scola, di Trevico (con l’accento sulla “i”), la pecora nera di una famiglia di ricchi possidenti terrieri avellinesi, fu un umorista strafottente. Un acido, feroce, irresistibile elzevirista dell’Italia più giusta. Un Fortebraccio che seppe maneggiare bene e inventare le immagini.

 

[Foto di apertura di Ferdinando Rossi / A3 / Contrasto]