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Colonia, l’attacco di Capodanno e il sessismo in bianco e nero

Donna bianca, uomo nero. L’incontro tra la realtà dell’aggressione e l’immaginario dell’invasione ha prodotto un collasso. Da cui dobbiamo salvarci. Il commento tratto dal numero di pagina99 del 16 gennaio 2016
HELENA JANECZEK

 

La sagoma bianca di una donna disegnata fino ai fianchi. Il nero dello sfondo si trasforma in una mano che la tocca tra le gambe. È una piccola illustrazione apparsa su Süddeutsche Zeitung per introdurre alcune pagine di approfondimento sui fatti di Colonia. «Donne accusano – Dopo gli attacchi sessuali dei migranti: siamo ancora nei limiti della tolleranza o ormai ciechi?», strilla il titolo di Focus, correndo in tre bande rosse sul corpo nudo di una donna bionda imbrattata da manate nere.

In seguito a una valanga di proteste, il quotidiano di centro-sinistra si è scusato per gli stereotipi veicolati da quei contenuti, mentre il caporedattore del magazine di centro-destra ha ribadito: «Raffiguriamo ciò che purtroppo è successo. Chi sostiene che la copertina sia sessista e razzista teme la verità». Eppure entrambi i giornali hanno pubblicato la stessa raffigurazione simbolica dello stesso evento, quasi che quel detonatore non avesse fatto altro che riportare a galla un pezzo di inconscio collettivo custodito a una profondità dove non batte il sole della consapevolezza.

L’immagine della donna bianca violata dall’uomo nero, qui riadattata a un’estetica minimal-chic contemporanea, conosce una lunga tradizione colonialista, nazi-fascista, da propaganda della guerra fredda. Cosa rende efficace la propaganda? La ripetizione martellante di una menzogna, ma anche l’uso strumentale di «ciò che purtroppo è successo».

Gli stupri di massa in Ciociaria, citati spesso in questi giorni, possono fornire un buon esempio. Sono stati tabù, marchio d’infamia delle marocchinate, e al tempo stesso materia di contesa tra la nostra estrema destra e molti patriottici autori d’oltralpe: combattuta a suon di numeri delle vittime (dati al rialzo o al ribasso), notizie false che continuano a circolare – il “via libera” del generale Juin in persona – e documenti militari francesi a tutt’oggi ancora secretati.

Un conto, dunque, sono i fatti bruti, un altro è la ricostruzione volta a conseguire una nozione di verità, storica o giudiziaria, il più possibile completa e differenziata. Il guaio con i fatti di Colonia è che le notizie nuove sono ancora così scarse e incerte che il filo sottile delle indagini si perde nella mole di discorsi incanalati dalla matrice riassunta in quelle immagini simboliche dei due giornali. L’incontro tra l’aggressione sessuale collettiva realmente accaduta e l’immaginario dell’invasione barbarica che si scatena sulle “nostre donne” ha prodotto un collasso. Pare crollata la fiducia di poter gestire le grandi migrazioni secondo i principi e valori occidentali, come non era successo neanche dopo gli attentati di Parigi.

A novembre si poteva ancora identificare i colpevoli in una minoranza di terroristi, invece di quel che è accaduto a Capodanno pare responsabile una cultura patriarcale virulenta che accomuna tutti i maschi dei paesi islamici, profughi e no, musulmani radicalizzati e ragazzi dediti alla sbornia. I commenti e le analisi si muovono nel solco predisposto anche quando cercano di confutarlo, rifiutando per esempio di considerare il sessismo d’importazione un problema a parte. Questa pervasività implicita rende lo schema binario particolarmente deleterio.

Diventa difficile cogliere che tra il sessismo dell’altro e il nostro esistono rapporti di convergenza, proiezione, relazione dialettica tra azione e reazione. Per tornare alla copertina di Focus: un nudo patinato è stato riadattato a icona della donna-vittima soprattutto grazie al taglio all’altezza degli occhi della modella. La bocca socchiusa, la mano vicina al pube, suggeriscono che quella scelta s’è resa necessaria per far passare come foto-denuncia una foto giocosa e ammiccante, ipotesi che sottolinea come l’intento di mostrare il sessismo alieno abbia rinforzato quello familiare. A quel corpo femminile, privato del solo elemento che lo definisca ancora come persona, fanno specchio in modo sconcertante le foto altrettanto finte e commerciali di donne coperte da un niqab che lascia scoperti soltanto gli occhi affascinanti.

Se questa lettura appare basata sul fumo di immagini artefatte, si può guardare al codice penale tedesco che non contempla la fattispecie della molestia sessuale e non rende facili condanne per abuso. Un quadro legislativo che il governo si appresta a modificare in seguito ai fatti di Colonia, mentre i partiti di centro-destra non ne avvertivano l’urgenza finché i soprusi provenivano soprattutto dai propri cittadini. Anche gli errori di gestione da parte della polizia che, secondo un articolo di Faz, ha persino rifiutato dei rinforzi, fanno pensare che un certo quoziente di palpeggiamenti era considerato fisiologico per qualsiasi grande festa celebrata negli spazi pubblici.

La questione non è negare l’esistenza di un maschilismo aggressivo alimentato in società dove la repressione sessuale cementa altre forme repressive, ma non permettere che la sua “scoperta” ratifichi due reazioni già in pieno corso. La prima: che in confronto la nostra società appaia un paradiso realizzato di libertà e uguaglianza. La seconda: che in nome delle donne si compia uno sproporzionato passo indietro rispetto a quegli stessi principi di libertà e uguaglianza con cui in uno Stato di diritto andrebbero trattati donne e uomini di qualsiasi origine. Non è un problema loro ma tutto nostro.

 

[Foto di apertura di Jens Schlueter / Stringer / Constrasto]