PROCESSO CUCCHI CORTE D'ASSISE D'APPELLO LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE LA FAMIGLIA CUCCHI ILARIA

Chiedere giustizia dopo il lutto, un’impresa da donne

Battaglie | Figlie, madri, sorelle. Parenti delle vittime, che hanno dovuto rinunciare alla dimensione privata dal dolore. Articolo tratto da pagina99 del 2 gennaio 2016
LUIGI MANCONI

 

«Abbiamo dovuto rinunciare al dolore». Queste le parole pronunciate da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, nel corso di una trasmissione radiofonica condotta da Ilaria Sotis. È probabile che molti non abbiano inteso il senso di un’affermazione in apparenza tanto scandalosa e, in realtà, così profonda e vera. La ragione è semplice: siamo abituati, tutti, a vivere e a pensare il dolore come qualcosa di intimo, di rigorosamente riservato e di tragicamente esclusivo. Al punto che quando un dolore – tanto più se causato da un lutto – si fa pubblico, è come se ne risultasse compromesso, se non in qualche modo contaminato.

In altre parole, sentiamo che il dolore più autentico è quello raccolto nella sfera più riposta di ciascuno. Ed è proprio così, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Ma quella rinuncia al dolore di cui ha detto Ilaria Cucchi significa, a ben vedere, l’esatto contrario di ciò che nell’immediato vien fatto di pensare. Qui “rinuncia” significa sottrazione al sentimento di consolazione che una sofferenza interamente vissuta in ambito familiare e domestico, tutta circoscritta all’interno delle relazioni più prossime e consuete, può consentire o almeno promettere.

Questa dimensione – nel caso della famiglia Cucchi e di molte altre – non viene cancellata, ma viene come sospesa e incrinata da una dimensione diversa, tutta esterna, che sembra negare la prima, o comunque denudarla mentre la espone e deformarla mentre la proietta nella sfera pubblica. Sta qui la radice di ciò che i nemici giurati e gli ipocriti per bene definiscono sprezzantemente esibizionismo del dolore.

Mentre è, piuttosto, rinuncia a viverlo riservatamente in nome di una idea pubblica di giustizia. È quanto rende una sofferenza privata la necessaria premessa di una virtù civile e di un sentimento collettivo. Il lutto individuale viene parzialmente sanato dal tempo e dalla solidarietà dei sopravvissuti (in primo luogo i familiari stessi). Ma se quello stesso lutto viene vissuto come una ferita inferta al corpo sociale, solo la giustizia come esclusiva prerogativa dello Stato può offrire riparazione e risarcimento. La giustizia da rivendicare e da esigere, anche quando non la si ottiene o quando il solo avvicinarsi a essa risulta una impresa disperante. Verrebbe da dire: un’impresa da donne (e si capirà immediatamente che nulla c’è di discriminatorio in questa affermazione, anzi).

Viene in mente Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Ustica, che dal 1980 a oggi (trentacinque anni che non finiscono mai) guida una battaglia estenuante per approssimarsi alla verità su quella tragedia. E, poi, una lunghissima teoria di volti e voci femminili che hanno voluto e saputo fare del loro lutto personale una risorsa di sensibilità collettiva e di azione pubblica.

Tra le altre, Patrizia Moretti Aldrovandi, la mamma e la sorella di Riccardo Rasman, e Caterina Mastrogiovanni e sua figlia Grazia, che sono riuscite a sottrarre all’occultamento e all’oblio l’agonia di Franco Mastrogiovanni, crocefisso per più di ottantasette ore a un letto di contenzione, legato polsi e caviglie, privo di nutrizione, idratazione e terapie nell’ospedale di Vallo della Lucania. E quelle che sono state sconfitte, umiliate e mortificate, o che ancora non hanno potuto trovare uno straccio di verità.

Come Natascia Casu, il cui padre ha conosciuto una sorte simile a quella di Mastrogiovanni; e Claudia Budroni, il cui fratello non ha avuto giustizia e – somma ingiuria – è stato condannato quando già non era più in vita; e Lucia Uva, quasi da sola contro una città, Varese, pressoché interamente ostile e, ciò nonostante, capace di far sentire la propria voce intrepida; e Domenica Ferrulli e Donata Bergamini e tante altre ancora. Quasi che il legame di sangue e quella vocazione e volontà di accudimento e cura costituissero l’energia più potente per affermare, spesso contro tutto e contro tutti, il diritto alla verità e alla giustizia per il proprio familiare. E quasi che quei tratti attribuiti in genere, dalla misoginia diffusa, alla fragilità dell’identità femminile, fino a trasformarli in stereotipi, si traducessero in altrettanti talenti, così che la vulnerabilità che quegli stessi tratti dovrebbero segnalare si trasforma invece in una forza saggia ed efficace.

Ma la mia è un’interpretazione (maschile) certamente approssimativa e incerta, che non può essere approfondita qui. E, in più, c’è un elemento di mistero in questa mobilitazione di razionalità emotiva che nemmeno tento di decifrare. Non solo. C’è un discorso, ruvido fino alla sgradevolezza, al quale non si può sfuggire.

Dice Alessandro Bergonzoni, con la santa crudeltà dell’artista: «Basta con Ilaria Cucchi e basta con Patrizia Aldrovandi» (e il pubblico rimane turbato, incerto tra il grido della protesta e il sollievo della irresponsabilità). «Basta con i familiari delle vittime, quasi che quelle vittime siano una questione privata. Ed è, invece, una tragedia di tutti».

 

[Foto di apertura di  Tania / A3 / Contrasto]