Seguici anche su

28 dicembre 2015

Etruria, flops act e le altre, il 2015 in 5 parole di economia

Dal crac delle quattro banche di provincia all’abolizione della tassa sulla casa. Passando per gli strani numeri del Jobs Act e la nuova legge di stabilità. Senza dimenticare il tormentone ‘stagnazione’. Un anno di finanza, lavoro e proclami attraverso i suoi vocaboli principali
ROBERTA CARLINI

 

1. Etruria, la nostra Lehman Brothers

Doveva essere il primo anno di ripresa, la fine dell’incubo iniziato il 15 settembre 2008, quando il fallimento della Lehman Brothers diede il via al domino mondiale delle economie. Invece è stato l’anno della nostra Lehman: le quattro piccole banche di provincia – Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, CariChieti e la più celebre Banca popolare dell’Etruria e del Lazio – salvate il 22 novembre dal decreto che ha portato anche nelle case degli italiani l’espressione bail in. Nei giorni successivi, si è chiarito che dal salvataggio “interno” (ossia affidato alle risorse stesse del sistema bancario) sarebbero stati esclusi coloro che avevano acquistato dalle banche titoli di rischio, ossia le azioni e le obbligazioni subordinate.

Le quattro banche fanno in totale meno dell’1% di tutti i depositi italiani, ma l’effetto futuro di quel che è successo potrà essere simile a quello del crac Lehman. Non solo perché c’è stato e ci sarà un impatto a catena sulla fiducia tra banche e clienti, e dunque sull’ingrediente essenziale di ogni sistema creditizio: che si basa, appunto, sul credersi reciprocamente. Ma anche e soprattutto perché quel che è successo nel piccolo della provincia italiana ha cause assai simili a quelle del grande crac di Wall Street: il sistema bancario che va in tilt perché la funzione della banca commerciale e quella della banca d’investimento sono sovrapposte, confuse, accatastate.

L’operatore allo sportello è incentivato a venderci roba rischiosa se non tossica, non ci può fare molto, “lo disegnano così”: cioè, il sistema degli incentivi va in quella direzione. In Italia, dopo lo scandalo, si fa il processo ai vigilantes e si parla di rafforzarli: ottimo, ma non sarebbe meglio separare le banche che prestano all’economia reale da quelle che giocano sui mercati finanziari? (Vedi Glass-Steagall Act, 1933).

 

2. Flops act, le tutele di Poletti

“Un errore umano”. Di solito si dice così e si dà implicitamente la colpa a chi guidava, quando c’è un incidente ferroviario o stradale. In senso meno drammatico per fortuna, se lo è detto anche il ministro del lavoro Giuliano Poletti quando, il 27 agosto del 2015, ha dovuto fare clamorosamente marcia indietro sui dati trionfali che aveva pubblicato il suo ministero, in un comunicato nel quale sbagliava di circa 300mila unità il conto dei contratti aggiuntivi a tempo indeterminato fatti nei primi sette mesi dell’anno (qui il post che lo ha indotto in correzione).

È stato un cambio di fase, rispetto alla strategia mediatica sui dati inaugurata dallo stesso ministero per monitorare il jobs act, con una certa fantasia statistica. In ogni caso, i numeri Istat di fine anno parlano di un leggero incremento dell’occupazione (al 56,3%, con neanche mezzo punto in più rispetto all’anno prima) e di una crescita di 32 mila unità dei contratti di lavoro a tempo indeterminato. Sono i dati di ottobre e si può pensare che verso la fine dell’anno, in prossimità della scadenza dei lucrosi incentivi dati alle assunzioni, ci sia un’impennata.

Ma finora le cose sono andate così: un modesto aumento dei lavori più stabili – quelli con il contratto a tutele crescenti – a fronte di un maggiore successo di quelli a tempo determinato e di un basso tasso di passaggio dalla precarietà alla stabilità. Il tutto, al costo totale, per i contribuenti, di 2 miliardi. (Vedi un bilancio provvisorio del flops act).

 

3. Stagnazione secolare, l’anno zero dell’inflazione

Nell’area dell’euro abbiamo chiuso l’anno a 0,1%: questo il tasso di aumento dei prezzi, l’inflazione. Si prevede che il 2016 porterà a un più 1%, e ferve il dibattito: basterà? Mentre si fa fatica a spiegare ai più giovani come funzionava l’economia con l’inflazione a due cifre, entra nel gergo corrente un’espressione inquietante: stagnazione secolare. L’ha usata l’ex segretario al tesoro Usa Larry Summers, a metà 2014 (qui il testo). Qui invece si ricorda che in realtà l’espressione risale agli anni ’30 del secolo scorso – e non a caso.

Dopo la crisi più grave dal ’29, ecco le previsioni più fosche dal post-’29. Quasi tutti pensano che un po’ di inflazione faccia bene all’economia e che il tasso zero sia una calamità. Comunemente il tasso di inflazione “buono” è fissato attorno al 2%. Non la pensano così alcuni dei membri del direttorio Bce – quelli provenienti dalla Bundesbank e i loro alleati. La disputa non è solo accademica, perché se si pensa che vivere attorno allo zero inflazione (e tassi di interesse zero o negativi) sia un problema, allora bisogna attivarsi per far salire un po’ la temperatura. Il fuochista, in questo caso, ha l’espressione gelida di Mario Draghi.

 

4. Flessibilità, concessioni made in Italy

Il 2015 si è aperto con la vittoria di Syriza alle elezioni politiche greche. È proseguito con le trattative tra Grecia e troika che hanno piallato il programma con il quale Syriza aveva vinto. È culminato nel referendum con il quale il popolo greco ha sostenuto il “no” del suo premier al piano dell’eurogruppo, per poi proseguire verso l’accettazione dello stesso piano, nuove elezioni e la riconferma – con qualche variante e un pezzo mancante – del governo greco. Insomma, nonostante tre voti e una drammatica situazione sociale, la Grecia non ha ottenuto flessibilità dai guardiani dell’euro.

L’Italia ne ha chiesta e ottenuta un po’, a piccolissimi pezzi: margini di avvicinamento al tetto del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, legati alla contrattazione delle riforme strutturali, poi al problema rifugiati, poi all’emergenza terrorismo e sicurezza… Alla fine, un po’ di flessibilità il governo italiano se l’è attribuita da solo, senza aspettare le concessioni. Il che fa sì che la legge di stabilità per il 2016, votata dal parlamento italiano, e portatrice di un aumento del deficit al 2,4% del Pil, sia di fatto ancora sub iudice: gli esami di Bruxelles si svolgeranno in primavera, poco prima del voto per le amministrative nelle grandi città.

 

5. Tasi, addio per sempre

Casa (abolizione della tassa sulla prima) è parola dell’anno da sempre, nel Paese nel quale quasi il 70% delle famiglie è proprietario dell’abitazione in cui vive. Ed è parola chiave della politica, in particolare in campagna elettorale, dal 2006, quando Berlusconi annunciò durante un confronto tv con Prodi di voler abolire l’Ici. Non vinse, ma da allora cominciò un turbinìo di semi-abolizioni, riforme, cancellazioni, ritorni.

Quest’anno l’abolizione della Tasi (erede dell’Imu) sulle prime case è stato annunciato dal premier (Renzi) in tv, poi nei convegno di fine estate e infine è entrato nella manovra. Il 16 dicembre molte famiglie hanno pagato l’imposta legata alla proprietà dell’immobile per l’ultima volta. O almeno così dicono. Nella media, è una condizione che riguarda due famiglie su tre. Ma la percentuale di famiglie proprietarie della prima casa scende sotto il 50% tra i giovani sotto i 34 anni, e riguarda solo la metà delle famiglie di operai. Mentre interessa all’80-90% le fasce di reddito e ricchezza superiori. (si veda la tavola E3 qui).

 

[Foto di apertura di Max Rossi / Reuters]

Altri articoli che potrebbero interessarti