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12 dicembre 2015

Benvenuti nell’era della vita sottozero

Analisi | Dove siamo finiti, tra tassi di interesse negativi e stagnazione secolare. Il commento tratto dall’ultimo numero in edicola di pagina99
FRANCESCO SARACENO

La decisione della Bce di prolungare fino al 2017 e forse oltre il suo programma di espansione monetaria, il quantitative easing, ha certificato la “normale eccezionalità” delle condizioni in cui si trova l’economia europea e quella mondiale. Ci si avvia verso un’era in cui l’economia tende naturalmente a crescere in modo insufficiente o a generare instabilità, per cui le misure non convenzionali adottate in questi anni potrebbero diventare la norma. Ma perché siamo invischiati in questo nuovo regime di “stagnazione secolare”? E quali sono le implicazioni per la nostra vita quotidiana e per la condotta della politica economica?

Il termine “stagnazione secolare”, coniato negli anni Trenta del secolo scorso, è stato riportato in auge recentemente dall’economista Bob Gordon e dall’ex segretario al tesoro Usa Larry Summers. Secondo Gordon, l’assenza di grandi rivoluzioni tecnologiche comparabili a quelle del Novecento, l’invecchiamento della popolazione, e il deterioramento dei sistemi educativi, fanno ritenere che sia impossibile immaginare in futuro tassi di crescita simili a quelli del dopoguerra.

Larry Summers ha arricchito l’analisi di Gordon, sostenendo che un freno alla crescita futura potrebbe venire anche dalla domanda, che per una serie di ragioni potrebbe rimanere cronicamente depressa. Ai fattori elencati da Gordon (demografia, tecnologia), si aggiungono l’indebitamento elevato, la minore intensità capitalistica (Summers nota come WhatsApp abbia un valore di mercato maggiore di Sony, con uno stock di capitale fisico prossimo allo zero), il deterioramento delle infrastrutture pubbliche comune a tutti i Paesi Ocse. Questo ha permanentemente ridotto la propensione delle imprese a investire. Ora, l’investimento ha la caratteristica di essere allo stesso tempo domanda di beni oggi (le imprese comprano macchinari o finanziano ricerca) e, tramite l’accumulazione di capitale, offerta di beni domani. La tendenza a una cronica insufficienza di investimento quindi ritarda l’uscita dalla crisi, e consegna al futuro un’economia più fragile e con un potenziale di crescita più basso.

A rendere ancora più problematica la caduta dell’investimento è il contemporaneo aumento del risparmio globale. Società sempre più diseguali hanno trasferito risorse da chi spendeva a chi risparmiava (è un fatto noto in economia che più alto è il reddito più alta è la cosiddetta propensione al risparmio), e interi Paesi (soprattutto ma non solo in Asia) accumulano oggi riserve ingenti per far fronte all’aumentata instabilità finanziaria.

Grandi masse di risparmio in cerca di opportunità di investimento sempre più rare. Sono questi gli ingredienti di una stagnazione secolare in cui i tassi di interesse sono depressi e in cui le autorità di politica economica per evitare la Scilla di tassi di crescita insufficienti sono costrette ad alimentare la Cariddi di bolle speculative e indebitamento che conducono a crescita sostenuta ma insostenibile. L’Europa ha scelto la prima strada, dotandosi di politiche e di istituzioni che vincolano l’indebitamento; gli Stati Uniti hanno optato per la seconda, lasciando filare due grandi bolle in un decennio (la bolla internet e quella immobiliare), e facendo sprofondare l’economia mondiale nella più grande recessione dagli anni Trenta.

È con questo contesto che famiglie e imprese devono imparare a convivere. Che si tratti di trovare impieghi per il risparmio, o di investire in progetti imprenditoriali, si è costretti a un gioco di equilibrismo tra alto rischio e rendimenti insufficienti, che provoca fluttuazioni eccessive e impedisce di pianificare per il lungo periodo. È così che si spiegano le fluttuazioni delle borse e delle valute, appese alle dichiarazioni del banchiere centrale di turno e l’eccesso di investimenti speculativi le cui caratteristiche sono proprio di essere legati a (incerti) profitti immediati.

Se ne può uscire? La risposta è sì, e si riassume in una parola: equilibrio. Le politiche pubbliche devono essere orientate a ristabilire l’equilibrio. Ridurre l’eccesso di risparmi cercando di ridurre la diseguaglianza e regolamentando i mercati finanziari (così da ridurre rischio e risparmio precauzionale). E incentivare l’investimento con sussidi e investimenti pubblici, questi ultimi resi particolarmente produttivi dai tassi di interesse vicini allo zero. La transizione ecologica non è solo una necessità per il pianeta; è anche un’opportunità formidabile per rilanciare la produttività.

Tutto più facile a dirsi che a farsi. Ma l’alternativa è la stagnazione secolare, e come provano le recenti elezioni francesi, non c’è terreno di coltura migliore per l’estremismo.

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