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16 novembre 2015

Un giornale aperto in una notte buia

Andiamo in edicola nel cuore di un continente spaventato. Crediamo che la linea del no pasarán attraversi ogni sala da concerto, ogni luogo di lavoro, ogni redazione. Che il #porteouverte dei parigini detti la linea a un’Europa pavida, tentata dall’idea di sbarrare la strada a chi fugge dalla guerra. E che diventi la nostra bussola per non rassegnarci al declino dell’Italia

LUIGI SPINOLA
ROBERTA CARLINI

“Era una notte buia e tempestosa…”. Vorremmo avere la saggezza di Snoopy, che lascia quell’incipit eternamente sospeso, perché sa che “scrivere è un mestiere difficile”. La tentazione del silenzio di fronte all’evento che ci schiaccia è forte. Ma rintanarsi nella cuccia non si può. Non ora che in Europa è ripiombata la notte più nera, ed è più necessario che mai ragionare, indagare e condividere quel che si crede di aver capito.

Questo proveremo a fare con pagina99, avendo in testa un giornalismo capace di mappare il mondo che sta dietro alle storie che racconta. E in grado quindi di mandare alle stampe un giornale di lunga durata, che arriverà in edicola ogni sabato – a partire dal prossimo – e ci rimarrà tutta la settimana. Soprattutto, immaginiamo il nostro giornale come una zona franca, aperta alle scorribande delle idee, per nutrire una società che deve restare aperta.

Per questo accendiamo i nostri titoli rossi impressi su carta salmone. Sarà facile riconoscerci in edicola, anche per chi non ci ha mai sfogliato nell’anno in cui abbiamo fatto le prove generali. E non solo per i segni particolari della nostra carta d’identità, dai caratteri bassi alle foto extralarge.

Siamo nati nell’età della crisi, e nella crisi vediamo anche un’opportunità di cambiamento. Dopo gli attentati di Parigi, la trasformazione della nostra società è diventata ostaggio di un terrore che mette nel mirino gli spazi quotidiani delle nostre libertà, quelle che si coltivano nel lavoro così come nell’ozio, nella ragione come nelle passioni più leggere, e quindi più necessarie. Un terrore che punta a deformare le regole fondamentali del nostro vivere comune.

Non ci facciamo ingannare dalla vulgata conservatrice, che ci vuole deboli perché troppo morbidi con il nemico, imbelli di fronte a un indistinto pericolo che viene da fuori, culturalmente promiscui, incapaci di quella compattezza che salda il nostro avversario intorno a un pugno di precetti mortiferi.

La società aperta è la nostra forza e la posta in gioco, e ogni compressione della nostra libertà, ogni arroccamento che ci viene imposto dal terrore è un cedimento di fronte al nemico. Sarebbe questa la vera sconfitta di quella “generazione Bataclan”, libera, cosmopolita e allegra, colpita a morte il 13 novembre. Certo, dobbiamo ridefinire ancora una volta l’equilibrio tra libertà e sicurezza. E possiamo fare molto per proteggerci, nell’intelligence militare così come nell’intelligenza sociale di quel che succede nei ghetti dove si formano i jihadisti. La sicurezza totale però è destinata a rimanere un’illusione, simile a quella propagandata nel secolo scorso dal fascismo, quando rivendicava di aver dato ordine a una società in cui si poteva dormire “con le porte aperte”. Ed è un mito inseguendo il quale rischiamo di sacrificare le nostre libertà più preziose.

Le porte aperte di una società forte, che non si fa intimidire dal nemico, sono altre, quelle #porteouverte dai parigini nel momento della massima vulnerabilità a chi nella notte più buia e tempestosa non poteva tornare a casa. Sono quei parigini che oggi dovrebbero dare la linea a un’Europa pavida che tenta di sbarrare l’ingresso a chi fugge dalla guerra, dal totalitarismo baathista e da quello islamista. Per combattere contro l’ennesima declinazione del viva la muerte, crediamo che più che dalle postazioni di frontiera, la linea del fronte del no pasarán attraversi ogni sala da concerto, ogni luogo di lavoro, la redazione di ogni giornale.

Il compito per noi giornalisti è resistere alla pressione di raccontare una realtà tagliata con l’accetta in ghetti comunitari e ideologici. La nostra è una società complessa, meticcia, scossa da continue contaminazioni. Ed è questa complessità che sarà oggetto dell’indagine di pagina99, senza le autocensure di chi per quieto vivere (o per una malintesa accezione del rispetto per l’altro) finisce col mozzare pensieri e parole.

La nostra bussola indica una rotta precisa: non ci rassegniamo al declino culturale, economico e sociale del Paese, non accettiamo le vecchie ricette sbagliate, non tolleriamo il peso crescente delle nuove disuguaglianze. Andremo quindi in cerca dei vecchi e nuovi nodi da sciogliere e dei segnali di innovazione da coltivare, dentro e oltre le nostre frontiere. Siamo internazionalisti per necessità, oltre che per vocazione. I tragici fatti di questi giorni confermano che l’indagine giornalistica deve superare l’anacronistica distinzione tra interni ed esteri per comprendere appieno i fenomeni che osserva. Non vogliamo né possiamo interpretare l’Italia come un universo autarchico, retto da regole tutte sue e immutabili.

Racconteremo la realtà usando in primo luogo il filtro dell’economia. E cercheremo nelle pulsioni culturali il possibile acceleratore dei processi di cambiamento. Non ci occuperemo della politica come ininterrotto chiacchiericcio attorno al potere, ma di politiche. Spingeremo la nostra curiosità nella zona grigia tra potere economico e rappresentanza politica per monitorare le dinamiche reali che la governano. Indagheremo su lobby e privilegi, e in generale su tutti quei fattori che premiano l’economia della rendita, bloccano la mobilità sociale, e fanno dell’Italia un Paese sempre più asfittico.

Ma un giornale, com’è noto, non si racconta: si fa. Cominciamo da oggi, provando nel nostro piccolo a contribuire al domani. Con l’ambizione di fare il giornale che ci vuole.

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Le foto in testa all’articolo e nelle sezioni di pagina99.it sono di Lorenzo Pesce.

pagina99 è pubblicato dal gruppo editoriale News3.0, controllato dal fondo Sator. Non riceve contributi pubblici.

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