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5 luglio 2014

Se i cervelli tornano a casa per costruire un’altra Africa

Brain gain | Altro che continente alla deriva. Le disparità sono tante, ma l’economia cresce. I consumi aumentano. E si aprono nuove opportunità. Così sono sempre di più i giovani della diaspora che rientrano con un’idea in testa. Tra complessi di superiorità e voglia di rinascita

STEFANIA RAGUSA

Simone Banyiyezako ha 24 anni ed è originaria del Burundi. Ha studiato ottica in Italia e adesso si prepara a tornare in Africa con un’idea ben definita: aprire un centro ottico nella capitale, Bujumbura. Il suo progetto, “Les lunettes de Simone” (ossia, “Gli occhiali di Simona”) ha ottenuto il terzo posto al concorso “Business Incubator for Africa” della African Summer School di Verona (www.africansummerschool.org), ideata dall’economista congolese Fortuna Ekutsu Mambulu, con l’obiettivo di favorire l’imprenditorialità interculturale e transnazionale. Magatte Wade, invece, il suo ritorno lo ha già realizzato. Senegalese, 38 anni, studi in Francia, esperienze lavorative negli Stati Uniti, nel 2009 è rientrata a Dakar e ha fondato la Tiossan (www.tiossan.com), un’azienda che produce profumi e cosmetici a partire da prodotti della tradizione locale e che si è guadagnata, in poco tempo, una bella fetta di mercato. Il giornalista Mfonobong Nsehe, sul sito del magazine Forbes, ha indicato Magatte come «una delle 20 giovani donne più influenti per la costruzione dell’Africa di domani»: per i suoi successi imprenditoriali e per la nuova visione del continente che sta provando a diffondere. «Il mio obiettivo personale», spiega lei, «è vedere gli africani rispettati in tutto il mondo».

Efe Adefulu ha frequentato il liceo a Lagos, in Nigeria, ha conseguito laurea e master in Business Admnistration negli Usa e, quindi, ha cominciato a lavorare in loco. Ma dopo qualche anno ha deciso di tornare: voleva che i suoi figli crescessero in Africa e desiderava provare a costruire qualcosa di positivo nel suo Paese. In particolare, le interessava passare dal profit al non profit. Ci è riuscita: oggi fa parte dello staff di Junior Achievement Nigeria, che si occupa di formazione ed educazione dei giovani. Suo marito, regista, ha trovato il suo spazio nell’industria cinematografica nigeriana, Nollywood, ormai seconda solo a quella indiana, Bollywood.

Simone, Magatte, Efe sono espressioni di un fenomeno che non è stato ancora tradotto in numeri ma appare sempre più evidente: il brain gain (rientro dei cervelli) verso l’Africa. A dispetto dell’immagine convenzionale di continente alla deriva, le economie africane sono in crescita, aumentano i consumi, si aprono nuove opportunità e tra i giovani della diaspora cresce il desiderio di coglierle. Uno studio del 2013, commissionato dalla società di consulenza Jacana Partners e realizzato nelle principali business school europee e americane, rileva che il 70% degli studenti di origine africana vuole tornare a casa, con l’obiettivo, in nove casi su dieci, di mettersi in proprio.

L’Organizzazione internazionale delle migrazioni riconosce la tendenza ma non dispone di dati. Perché, al contrario di quel che avviene con i cosiddetti rimpatri volontari assistiti (che in genere riguardano percorsi migratori non andati a buon fine), i returnees tendono a “prepararsi” in autonomia. Fanno viaggi di ricognizione, cercano e trovano la maggior parte delle informazioni di cui hanno bisogno attraverso internet. Non è casuale che proprio online si trovino gli indicatori più rilevanti della nuova tendenza. Per esempio, il moltiplicarsi di siti dedicati a chi decide di tornare. Come The African Expatriate (africanexpatriate.blogspot.it/), curato da Juanita Nene Ceesay, giovane donna nata negli Usa da genitori africani, che dopo una lunga riflessione ha lasciato New York per il Sudafrica. «Una delle migliori decisioni della mia vita», dice. E dedica buona parte del suo tempo a raccogliere storie e consigli per chi volesse fare come lei. O come Mbtn (movebacktonigeria.com), fondato da Adabara Abdullahi, che prima di tornare a Lagos, la capitale economica della Nigeria, si è laureato a Londra e ha lavorato in una banca di investimenti nella City. Assai “frequentato” è anche Homecoming Revolution (homecomingrevolution.com) basato in Sudafrica e attivo da quasi 12 anni.

Online si trova pure una web serie che sta spopolando nell’Africa anglofona e che si focalizza sulle avventure di cinque amiche rientrate in Ghana, dopo avere viaggiato per il mondo e conseguito brillanti titoli di studio all’estero. An African City è stata definita dalla Bbc la risposta del continente a Sex and the City. In verità è stata anche contestata perché ritenuta troppo frivola e patinata. Ma, come dice Nicole Amarteifio, ideatrice e regista della serie (vedi intervista nel box), le protagoniste non sono figure aspirazionali, si richiamano a un tipo di donna che si incontra sempre più spesso nelle città africane.

La Nigeria è uno dei Paesi più toccati dal brain gain. Con i suoi giacimenti petroliferi e nonostante le enormi contraddizioni sociali e la minaccia Boko Haram, rimane infatti una delle principali economie del continente, indicata puntualmente come stato-simbolo della rinascita africana. Tra il 2005 e il 2013 il Pil nigeriano è cresciuto con una media del 6,8%, stando ai dati della Banca centrale. Mentre per il 2014 è prevista una crescita del 7,8%. «Qui ci sono molte opportunità», riconosce Chiara Costariol, consulente in Africa per conto di una multinazionale del petrolio. «Investono le compagnie petrolifere, ma anche colossi come Microsoft, Apple, Google. La richiesta di personale qualificato spesso non riesce ad essere soddisfatta localmente e i returnees sono molto apprezzati. Ma non basta un master negli Usa per assicurarsi il successo. È fondamentale che chi torna sappia adattarsi al contesto. Perché Lagos è piena di attrattive e potenzialità, ma non è Londra».

Costariol introduce una questione che la scrittrice di origine nigeriana Chibundu Onuzo ha approfondito recentemente anche dalle pagine del Guardian: talvolta i cervelli tornano portando con sé un complesso di superiorità di stampo neocoloniale. Rimuovono le radici, parlano solo in inglese o francese, si imbizzarriscono davanti alle lungaggini e alle lentezze che caratterizzano spesso la quotidianità africana. Questo non giova né a loro né al territorio. Il doppio sguardo, la capacità di mettere a frutto l’efficienza e i modelli organizzativi occidentali senza dimenticare le proprie radici è il valore aggiunto imprescindibile.

Le maggiori opportunità non discendono, però, solo dai maxi investimenti operati in loco dalle multinazionali o dalla Cina. L’allargamento della classe media è un fenomeno che sta interessando l’intera Africa e portando a un generale incremento dei consumi che, a sua volta, si traduce in maggiori possibilità per tutti e in tutti i settori: agricoltura, pesca, edilizia, servizi e anche la cultura.

La 25enne Ken Aicha Sy, per il suo progetto di rientro, ha puntato sull’arte contemporanea. Dopo aver trascorso quattro anni a Parigi, è tornata in Senegal, a Dakar, capitale e sua città di nascita. Qui, nel 2011, ha lanciato la piattaforma digitale Wakh’Art (in wolof, una delle due lingue ufficiali del Paese, vuol dire parlar d’arte) che è diventata un punto di riferimento e un luogo di dibattito per l’arte contemporanea africana. Sy ha successivamente dato vita, nel quartiere popolare di Gueule Tapée, allo spazio la Boîte à idées, che propone libri e giornali connessi all’arte, ospita mostre, presentazioni e dove si può andare anche solamente per bere un caffè e fare due chiacchiere. «L’Africa ha molto da offrire ai giovani e, quando si parla di rinascita africana, arte e cultura dovrebbero essere considerati elementi indispensabili del discorso. Il Senegal, in questo momento, si trova a un punto di svolta. Stanno emergendo artisti, creativi, operatori culturali. Sta cominciando a delinearsi la possibilità di un turismo culturale. Ma le strade vanno tracciate. Quest’industria deve adattarsi alle reali possibilità del Paese. C’è un lavoro enorme da fare, c’è bisogno di creatività e di intelligenza. Non dobbiamo copiare ma trovare la nostra strada». Come sta cercando di fare lei con Wakh’Art, con l’obiettivo ultimo di permettere ai senegalesi di conoscere e “consumare” la propria cultura. In Senegal e negli altri Paesi africani, questa opzione era rimasta, fino ad ora, appannaggio delle élite occidentali.

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